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SULLA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO NELLA PARTITA DI IERI

Abbiamo iniziato a seguire il Lebowski nel 2004. La prima metà degli anni 2000 sono stati gli anni peggiori della repressione delle curve. Negli stadi sparivano i tamburi, i bandieroni; per aprire uno striscione era necessario inviare il contenuto all’approvazione della questura; le trasferte subivano ogni tipo di limitazione.

Per noi che, molto giovani, vivevamo tutto questo è stato quasi naturale cercare uno spazio diverso, regolato da relazioni più autonome e libere. E, senza sapere bene perché, ci siamo trovati a seguire la peggior squadra del mondo, con i nostri tamburi, le bandiere grigionere, le trasferte vicine ma veraci.

Nel 2010 abbiamo fondato la nostra società sportiva, che all’epoca era la prima in Italia interamente gestita dagli ultras. Da quel momento il nostro progetto si è colorato di tante dimensioni, quindi oggi per certi versi può sembrare strano, ma siamo nati attorno a due obiettivi chiari e semplici: volevamo tesserare i nostri diffidati come giocatori, in modo da poter continuare a stare insieme; volevamo poter fare il tifo con i suoi strumenti tradizionali, così che quando l’arbitro veniva alla panchina a chiedere al dirigente accompagnatore di andare a dire ai tifosi di non accendere le torce, il dirigente invece di attraversare il campo e parlare con la curva rispondeva direttamente all’arbitro: “Se pensa sia corretto, sospenda la partita. Per noi va bene perdere a tavolino”. È successo un sacco di volte. La partita è sempre andata avanti.

Così arriviamo a ieri. Stadio Torrini di Sesto Fiorentino, Sestese-Centro Storico Lebowski.

Lo stadio non era chiuso, chi voleva poteva entrare. Siamo noi che abbiamo ritenuto poco degno entrare in uno stadio di calcio dilettantistico militarizzato, che imponeva a chiunque volesse vedere la partita una meticolosa perquisizione e un lungo e stretto corridoio di poliziotti, carabinieri e buttafuori privati da attraversare per raggiungere la tribuna. Abbiamo visto perquisire a fondo le pochissime persone che hanno deciso di entrare, aprire e frugare le borse di coppie di anziani, perquisire dirigenti e atleti tesserati della nostra società che indossavano il relativo materiale tecnico. Al cuoco della squadra è stato sequestrato un micidiale pelapatate che gli era rimasto in tasca per sbaglio. Il tutto mentre chiunque veniva lungamente filmato dagli agenti in borghese. Pochi minuti dopo l’inizio della partita sono stati poi chiusi cancelli e biglietteria, impedendo a quel punto a chiunque di entrare e di fatto sequestrando all’interno dell’impianto chi era dentro, in barba a qualunque norma di sicurezza.

Ma non siamo qui a fare le vittime per quanto è successo. Abbiamo scelto di rimanere fuori senza nemmeno un istante di dubbio, perché siamo sereni della nostra piccola storia. Ci permettiamo però alcune brevi considerazioni di interesse generale sul rapporto tra territori, comunità e sport dilettantistico.

Quello che è successo ieri allo stadio Torrini di Sesto rappresenta la sintesi del calcio contro cui ci battiamo, e anche un evidente insulto al buonsenso. Un dispiegamento di forza pubblica, buttafuori privati e ordinanze comunali finalizzato in modo evidente a mettere la massima pressione possibile alla tifoseria ospite, a creare un clima di tensione in modo del tutto artificiale, a inventare problemi laddove non esistono. Da sottolineare il fatto che solitamente, nel calcio dilettantistico, certe funzioni sono svolte da volontari. Evidentemente la Sestese non li ha, ma per svolgere la funzione di controllo Green pass poteva rivolgersi a un’agenzia di “normali” steward, invece che a una di buttafuori. 

Impossibile giustificare questi provvedimenti con esigenze di “ordine pubblico”, vista la totale assenza di una tifoseria organizzata della squadra di casa, e visto che ci era stata riservata una tribuna separata con ingressi e parcheggi separati (cosa che già di per sé riteniamo eccessiva, visto che solitamente condividiamo la tribuna con il pubblico di casa e il massimo della “tensione” che si crea è qualche gesto di scherno dopo i gol). C’è stata anche un’ordinanza del Sindaco contro la vendita di alcolici in tutta la zona dello stadio, cosa che è andata solo a danneggiare la cittadinanza e le attività commerciali. 

Ripetiamo spesso che pensiamo sia fondamentale portare nel calcio dilettantistico il massimo entusiasmo popolare possibile. E tutti ci danno ragione, a parole. Amiamo le trasferte in cui lo stadio è pieno perché è in quello che vediamo un futuro per il nostro sport, specie ai livelli dilettantistici. La partecipazione ha anche, d’altra parte, i suoi evidenti ritorni economici, e in molti casi le società ospitanti condividono questa visione. Ieri invece è stato fatto di tutto, sono stati messi in campo i migliori sforzi, per far sì che uno stadio rimanesse il più vuoto possibile. Un capolavoro di non senso.

Prendercela con le forze dell’ordine ci sembra tempo perso, d’altra parte, tra tutte le parti in causa, è l’unica che non ha interesse nel buon funzionamento del calcio dilettantistico. Da che mondo è mondo, la polizia risponde ai comandi delle autorità, e alle richieste di chi ne reclama l’intervento. E quindi, la si smetta con lo scaricabarile a cui abbiamo assistito ieri, quando tutti si giustificavano dicendo “non c’entriamo nulla, ha deciso la polizia”. La Sestese Calcio e le autorità comunali di Sesto Fiorentino hanno deciso di creare quel clima e ne hanno la responsabilità. 

La prima ha preferito tenere un atteggiamento volontariamente ostile nei confronti di una squadra concorrente e della sua tifoseria, piuttosto che favorire la partecipazione delle persone alla partita.  Nessun dirigente della società ha voluto parlare con noi e cercare soluzioni. Ne prendiamo atto e ne conserveremo memoria. Tra l’altro, l’appartenenza a una Federazione sportiva dovrebbe comportare degli obblighi non scritti in termini di probità, ospitalità e sportività, che sono stati deliberatamente ignorati. Ma d’altra parte, se portiamo avanti un modello “di cambiamento”, è proprio perché nel mondo attuale ci sono realtà sportive come questa.

La Giunta comunale ha accettato che lo stadio della propria squadra cittadina venisse trattato come un G8 per una partita di Promozione. Inutile nascondersi dietro a un dito: nel nostro ordinamento è l’autorità politica che comanda sulla polizia, e non viceversa. È già successo in altri comuni che la polizia abbia “consigliato” ordinanze simili ma le autorità comunali e la società sportiva ospitante abbiano voluto fare diversamente, rifiutando di mettere limitazioni all’agibilità del pubblico. È questione di coraggio e di volontà politica: ieri il sindaco Lorenzo Falchi o era d’accordo, o era succube, ma non è vero che non poteva farci nulla. Fosse anche solo rendersi disponibile a una mediazione. Bene dirlo chiaramente.

Lo spettacolo indecoroso andato in scena ieri può benissimo essere evitato. Basterebbe avere a cuore lo sviluppo dello sport di base e la ripresa di una socialità sana sui propri territori. Sono stati due anni difficilissimi da tutti i punti di vista, e vedere tutti questi sforzi per evitare che la gente torni a divertirsi a una partita di pallone è una cosa che lascia francamente basiti.

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